Monica Biancardi

Punti di Vista

“Vedere la luce” o “Venire alla luce” sono due espressioni di uso comune, e abbastanza singolari, per indicare la nascita, identificando la luce con la vita : una volta vista la luce, è possibile vedere tutto il resto.
Entrambe le espressioni, la prima in soggettiva e la seconda “obiettiva”, concordano se non altro su un fatto: che la luce comunque preesiste, quasi restando in attesa di chi sappia intercettarla per prendere coscienza di ciò che lo circonda, o di chi invece vi si esponga per farsi comprendere al suo interno.

Quando si viene al mondo, s’inquadra la luce per rifletterla o ci si espone al suo interno per apparire?
Da questi due modi di vivere l’elemento luminoso, in apparente contraddizione, nasce Punti di Vista, progetto sulla luce, naturale o creata ad arte, che riflette su prospettive sempre diverse ma connesse e intercambiabili.
Assumere più punti di vista non vuol dire percepire il mondo da porzioni di spazio alternative, ma soprattutto affinare lo sguardo e tutti i sensi, oltre che la capacità stessa, culturale, etica, politica, di comprendere che tutto ci riguarda.

Non c’è nessun punto cieco nel mondo. Per questo, abitare più punti di vista significa dar vita a un processo narrativo che tenga conto di quelle che si potrebbero definire, assumendo come dobbiamo uno sguardo sempre terzo, le “parti in commedia”.
I dittici, i trittici e i polittici fotografici di Punti di Vista segnano altrettanti “punti di vita” di un soggetto che, per essere tale, non può mai occupare un unico punto.

Premesso che, il progetto invita a riflettere sulla possibilità che da un unico soggetto, trattasi di persona, oggetto, luogo, scaturiscono differenti letture, il polittico di Finis Terrae non è altro che la rappresentazione di una geografia reale ma omessa.
I paesi confinanti con il Kurdistan, ben cinque, non tengono conto di questo luogo, men che meno lo strapotere detenuto da coloro che disegnano mappe geografiche.
Ricostruendo da nord a sud, est-ovest la realtà dei luoghi, invito il lettore a prender attentamente in esame la mappa geografica di ogni singolo paese, per prendere coscienza che nessuna di queste considera la nazione curda.
A tal proposito, reputando i confini un’invezione dell’uomo poco riuscita, infierisco sull’argomento intervenendo col bisturi, tagliando e staccando tali confini dal resto per esaltare, provocatoriamente, ciò che è stato fatto da mano umana. Ne vien fuori un bel caos: 
l’Armenia presenta dei “buchi” che appartengono all’Azerbaijan mentre questo contiene delle chiazze appartenenti al territorio armeno; 
l’Iraq sembra essere stata disegnata da un geometra; la Siria, a sud-ovest, confina con Israele attraverso le Alture del Golan, per legge siriane ma, dopo la guerra dei sei giorni (1967), sotto il controllo militare israeliano mai riconosciuto dalle Nazioni Unite: tanto che qui non ho tagliato ma grattato e lacerato la carta.
Al Kurdistan, che invece prevede quanto lo circonda, ho sbiadito i confini che non ha.


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